Duro colpo talebano al cuore delle forze alleate e della crisi politica afghana

C’è un percorso quasi obbligato che porta da Kia, l’edificio basso in mattoni del nuovo aeroporto internazionale di Kabul, alla rotonda Massoud, che ha al centro  un obelisco in onore dell’eroe dei mujaheddin antisovietici ancora incartato nei manifestini elettorali d’agosto, fino al cancello della Zona verde al centro della capitale afghana. E dentro la Zona ci sono in serie l’ambasciata americana, il quartier generale Isaf e in fondo il palazzo presidenziale di Hamid Karzai. Leggi l'opinione di Danton - Leggi l'opinione di Zakor - Leggi il racconto di Daniele Raineri dall'Afghanistan: Qui il potere si chiama Pashtun - La battaglia più importante del mondo - Arrivano i nostri
10 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 22:56
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La macchina che l’attentatore ha lanciato tra i due Lince è una Toyota Corolla bianca, un modello diffuso nel paese e anche il più usato in questo genere di attacchi. Ogni sera gli ufficiali italiani di stanza a Kabul, Camp Invicta, ricevono un briefing dal capo cellula S2 – Informazioni – con tutti i warning, le segnalazioni di potenziale pericolo. Ma l’allarme su una Toyota bianca è il più comune, quasi routine, ed è difficile scansarne una nella rotonda più trafficata di Kabul, a mezzogiorno.
Ieri è stato uno dei colpi più duri nella guerra. A luglio sono morti cinque inglesi colpiti da una trappola esplosiva nella provincia di Helmand e nell’agosto 2008 i francesi hanno perso dieci uomini nella valle di Surobi. Ma non era ancora accaduto nell’area urbana di Kabul. A ottocento metri, poco fuori dal raggio dell’onda d’urto, ma pur sempre vicino per sentire il boato e vedere il fumo, c’è il palazzo dove vive asserragliato il presidente sospeso Hamid Karzai. Il messaggio dei guerriglieri è chiaro: non conta che la Commissione elettorale ti abbia appena dichiarato vincitore alle elezioni, anche oggi possiamo colpire sotto le tue finestre e proprio quel contingente occidentale arrivato qui per proteggerti dalla nostra violenza, fino a quando riusciremo a logorarne la volontà e ti isoleremo. I talebani sono tenaci nella propaganda: ieri hanno celebrato subito l’attentato, parlando di quattro mezzi colpiti invece di due, e per sovraprezzo infamante hanno anche accusato gli italiani di avere sparato sulla folla afghana.
Due giorni fa la Commissione elettorale indipendente ha incoronato ufficiosamente Karzai. Secondo i risultati preliminari delle elezioni del 20 agosto, il presidente uscente ha il 54 per cento dei voti contro il 27 del suo sfidante ed ex ministro degli Esteri, Abdullah Abdullah. Il doppio delle schede. Ma non può ancora essere dichiararsi presidente eletto prima di due o tre settimane, quando un’inchiesta sul milione e mezzo di voti dichiarati “sospetti” non sarà terminata.
I brogli sono stati matematicamente dimostrati: in un paio di seggi già dal primo mattino erano stati depositati migliaia di voti pro Karzai, senza che i soldati di guardia all’esterno avessero visto un solo elettore. Ora gli americani intendono usare quest’intervallo tra l’annuncio dei risultati e la proclamazione per fare tutta la pressione possibile sul presidente e convincerlo a formare un governo di unità nazionale che includa anche le altre etnie, soprattutto i tagichi del nord – Karzai è un pashtun, gente del sud, come i talebani. Per questo l’inviato speciale del presidente Obama, Richard Hoolbrooke, il 21 agosto ha litigato con il presidente afghano. E per questo il vice degli osservatori dell’Onu, Peter Galbraith, amico di Holbrooke, è stato cacciato dal suo capo norvegese, Kai Eide. Chiedeva l’annullamento dei voti in 1.000 seggi su 6.500, per costringere Karzai all’accordo con i suoi rivali politici. Eide, invece, vuole soltanto un riconteggio inutile per salvare la faccia; e poi cominciare a pensare al ritiro.